You can enable/disable right clicking from Theme Options and customize this message too.

PENSIERI SULL’ARTE 3

"Illustrazione a cura di Valentina Agnesi”

Ilaria Introzzi

Una penna e un taccuino per intervistare, un Mac per stare al passo coi tempi, e tanta voglia di imparare e raccontare. Questo è il mondo di Ilaria Introzzi, milanese, scrittrice freelance e co-fondatrice di nouvellefactory.com, oltre che appassionata di arte, moda e letteratura, con una predilezione per le nuove leve di tutti questi settori. 
E se poi c’è nell’aria qualche goccia di un profumo unico e pieno di rimandi, il suo posto, qui e ora, acquista molto più senso. 

 

Intervista a Federico Inverso Perverso

Federico, quando hai iniziato il tuo percorso artistico?

- Il mio percorso artistico è iniziato abbastanza presto per gioco e soprattutto per guarire da comportamenti che mi stavano portando a un isolamento preoccupante. Mi rifiutavo di tenere la matita in mano, probabilmente perché inconsciamente sapevo che serviva a comunicare qualcosa, non guardavo mai negli occhi e altri problemi. Solo in parte una dottoressa mi ha guarito da queste abitudini che poi in seguito ho scoperto erano vicine all’autismo. Lei mi ha insegnato a giocare col disegno, e da lì a pochi anni da gioco è diventata passione. Anche oggi quando dipingo per me è importante che nasca come un gioco: il processo creativo deve essere un piacere, il risultato per quanto mi riguarda è importante ma secondario. -

Osservando con attenzione i tuoi lavori, mi viene in mente Jean Cocteau, in particolare due aspetti del suo lavoro: il tratto estetico e quello intrinseco legato a una sorta di esistenzialismo artistico. Quanto c’è di corretto in questa analisi?

- Jean Cocteau è sicuramente fra gli artisti che preferisco anche se l’ho scoperto tardi. Il suo modo di dipingere così pulito e soprattutto essenziale mi hanno influenzato. Mi piace anche il suo presentarsi in diverse sfaccettature: poeta, pittore, regista. In ogni forma d’arte su cui lavora ci mette quel tocco di poesia che anch’io vorrei nelle mie opere. La sua linea incisiva mi ha senza dubbio stregato. È sicuramente l’artista che più mi si confà. L’analisi è perfetta. -

Quale tra i movimenti artistici del passato è quello che senti più prossimo alla tua idea di arte e quale, invece, è lontano anni luce da essa?

- Non amo molto i movimenti artistici perché hanno troppe regole e spesso sono rigide. Ti dico cosa apprezzo di essi, in generale: del Surrealismo ammiro la concezione freudiana del dipinto, il legame con i sogni lo trovo affascinante; della Pop Art amo l’aspetto strettamente visivo perché legata alla grafica piatta del fumetto, del Dadaismo l’ironia: sbeffeggiare l’arte è importante. Mettere i baffi alla Gioconda è stato un atto d’amore che mi ha emozionato tantissimo e vorrei che l’arte non sia considerata qualcosa per pochi eletti ma esattamente il contrario. Duchamp sapeva bene come si doveva respirare arte in ogni cosa. Forse per questo ha fatto poche opere. Tutta la sua vita è diventata un’opera d’arte e come amava ripetere: “siamo tutti artisti. Non è necessario dipingere per essere artisti, è importante riconoscere il bello.” -

Quali sono i tratti irrazionali e razionali delle tue opere?

- Sicuramente l’istinto è fondamentale quando dipingo, ma credo che le opere nascono da entrambe le parti. La prima mi serve a perdere il controllo e far diventare il processo creativo un gioco dove non conosco esattamente il fine. La parte razionale a volte arriva senza volerlo: ho studiato svogliatamente l’arte accademica e malgrado il mio rifiuto qualcosa deve essere rimasto. Quindi nei dipinti cerco di deformare le proporzioni, non c’è prospettiva e generalmente vorrei che il dipinto si avvicinasse al mondo infantile. Però capita spesso che la linea è ben controllata perché esteticamente adoro la linea pulita e nervosa. Il nervoso l’ho ricercato anche quando studiavo. Da Schiele soprattutto. Non ne sono sicuro ma forse la linea è la cosa più razionale delle mie opere: incisiva, nervosa, pulita e soprattutto mi serve per raccontare come fosse una scrittura primitiva. -

L’artista, per emozionare il pubblico, per indurlo a porre l’attenzione su un dipinto, deve avere lavorato con lo stesso sentimento, prima, sull’opera?

- Non credo serva molto questo legame fra artista e pubblico. Credo molto nel bisogno dell’artista di comunicare, ma a modo suo. Piacere o non piacere spesso è solo questione di fortuna. Sento il bisogno di dipingere in un certo modo perché in questo momento trovo che così mi rappresento veramente e soprattutto c’è il piacere nel creare. Diffido un po’ di chi ci mette troppo impegno. Mi sono impegnato nella ricerca e non è stato affatto facile perché spesso le scuole ti portano fuori strada. Per arrivare al mio stile ho fatto un lungo e faticoso percorso, dove le crisi artistiche erano frequenti ma appena ho trovato ciò che cercavo, il resto è stato abbastanza naturale. Mi piacerebbe che i miei dipinti piacessero, ma non devono per forza essere capiti, anche perché io volutamente cerco di essere complesso soprattutto con i titoli vorrei depistare dal soggetto dipinto. Sono aperto a qualsiasi interpretazione e spesso anch’io col tempo cambio idea su un mio dipinto. Secondo me l’arte in generale deve essere prima estetica e piacere, esteticamente, appunto. Il significato nel dipinto deve essere molto secondario anche se importante. Se la gente amasse i miei lavori dopo averli capiti mi sentirei d’aver fallito. Oltretutto in essi racconto molto del mio privato e spesso non voglio che venga svelato troppo. -

A proposito di emozioni: di recente hai esposto presso Il Caffè Letterario a Roma: cosa provi quando i tuoi lavori vengono rappresentati nelle gallerie?

- Si è rivelata una bellissima esperienza: ho ricevuto complimenti da diverse persone e mi ha fatto piacere. Solitamente entro nelle mie esposizioni in punta di piedi e, se riesco, anonimamente, perché è bello spiare la reazione della gente. Mi piace quando il pubblico reagisce con una sorta di curiosità, mentre quando cerca di capire a tutti i costi mi annoio. Mi sento gratificato quando la mia arte è condivisa e certo preferisco le reazioni positive. Durante il mio percorso sono rimasto spesso gratificato e in questa occasione, la gratificazione è stata portata a diversi livelli. Ho ricevuto anche critiche ma anche loro fanno bene al percorso e sono parte del gioco. -

Benché l’arte sia una cosa seria, facciamo un gioco: sapresti definirla con cinque aggettivi pensati di getto, senza molta riflessione?

- L’arte è una cosa seria ma vorrei non fosse troppo seria perché rischia di portarsi fuori dalla realtà, la quale anch’essa, se troppo seria, perde molto del bello del vivere. Cinque aggettivi... ci provo: giocosa, necessaria, libera, comunicativa, isolata. - 

PENSIERI SULL'ARTE 3

Surrealismo di Ilaria Introzzi 

L’errore più grande che si può fare è pensare al Surrealismo come un movimento artistico, un pensiero estetico-concettuale, astratto, ovvero impossibile da cogliere. Fantasioso, alienato No. Tutto il contrario.

La radice francese sur, in italiano significa sopra. Dunque non si tratta di irrealtà bensì di un momento presente dell’esistenza a cui viene aggiunto un qualcosa, un dettaglio o un’intera storia. Si forma così una stratificazione tra il mondo comune e quello proprio, quello dell’artista, del poeta, dello scienziato. È un inferenza del tempo vissuto, non un altro, diverso, istante. Forse è per questo motivo che la prassi è stata applicata alle discipline più disparate e apparentemente dissimili: dalla pittura, alla scultura, dalla letteratura alla psicologia, fino alla fotografia. 

Una prova della fertilità dell’ideologia - si passi il termine - rispondente alla frase: "Trasformare il mondo, ha detto Marx, cambiare la vita, ha detto Rimbaud. Queste due parole d'ordine sono per noi una sola”, scrive invece André Breton, autore del Manifeste du Surréalisme (1929), nonché fondatore della corrente in questione, è la grande quantità di nomi che lo animano a partire dal 1920. Oltre al teorico francese, si annoverano scrittori come Jacques Prevért, Guillaume Apollinaire e Paul Éluard; personalità delle arti visive come Max Ernst, Salvador Dalì, René Magritte e Alberto Giacometti; cineasti come Louis Buñuel. Jean Cocteau, il più versatile. 

Si prendono i pittori per una maggiore facilità di analisi. Il loro modus operandi non consiste nel gettare colori sulla tela nella speranza di ricavarne qualcosa di sensazionale, in modo da ottenere, possibilmente, il consenso della critica e dei collezionisti - posto che esistessero all’epoca, non certamente come si intendo oggi -. Ad ogni modo, il processo attraverso cui si avvia il lavoro non parte dall’esterno, piuttosto dall’interno. Ma si badi bene a non considerare la prima fase come un passo avanti puramente emotivo anzi, consiste nell’avere ben presente la propria versione della casa, della strada, della donna che si ha di fronte. Non per gli altri ma per se stessi. Certamente il sentimento è presente - anche se fosse solo quello per l’arte - ma non è il fattore scatenante la mente, il braccio, dunque la tela dipinta. È la propria realtà che si sovrascrive a quella di tutti. Conta il modo in cui la si vede, non il fatto che c’è e gode di una certa struttura. 

Aldo Palazzeschi, pseudonimo di Aldo Pietro Vincenzo Giurlani, scrive: “Ma la nostra vita non è proprio così? Realismo e surrealismo. Poveri coloro che hanno soltanto del realismo nella loro esistenza. E surrealista io lo fui fin dal mio primo vagito.” Oltre all’Impressionismo, è possibile ascrivere il movimento in argomento come quello più sentito e militante del Novecento. Certo, esiste il Futurismo, innegabilmente. Esso fa conoscere alle arti classiche, umanistiche, la scienza, il progresso, tutto quello di cui beneficiamo oggi, benché in una versione aggiornata. Ma quest’ultimo subisce una virata d’intenti negli anni Trenta, periodo in cui i regimi dittatoriali si impadroniscono di una parte d’Europa, compresa l’Italia.

Surrealismo come modo di essere. Di sentire ciò che si vede. Vedo, quindi esisto, a prescindere dall’oggetto in sé. Si abbandona la plasticità del prodotto, o meglio, non diventa l’elemento protagonista. Piuttosto l’espressione con cui il punto di vista si (sopra)realizza.